Giudicanti e giudicati



Un dito puntato verso di noi, un’espressione altera... ed è subito etichetta sulla fronte.


Come se le parole maligne emesse dalla bocca di qualcuno (che spesso nemmeno conosce a fondo la situazione) riguardassero il giudicato e non il giudicante.

Secondo me, invece, spesso l’etichetta la indossa chi giudica. È chi giudica che sta mostrando qualcosa di sé, che si sta facendo conoscere per quella sua caratteristica fuorviante.


In un modo ideale il giudizio è un boomerang che torna indietro a darti una botta in testa, di quelle che ti portano a riflettere, come Rafiki con Simba. Che sì, può fare male. Ma da quel male puoi scappare, oppure, imparare qualcosa...


E chi è in contatto con il proprio mondo interno questo lo sa.

“Ok, quel giudizio nasce dalla rabbia. Ma perché ti da così fastidio il suo comportamento?“ Pausa. Occhi lucidi.

“Forse in fondo in fondo perché non mi do il permesso di essere come lei.” E così si alza il velo, svelando chi si nasconde lì sotto: una persona che non è rappresentata dalla sua etichetta, anche in questo caso.