Conclusioni affrettate



Ve li ricordate i False Friends?

Mi è sempre rimasto molto impresso fin dalle elementari questo fatto che ci sono delle paroline inglesi che sembrano semplicissime da tradurre poiché assomigliano tanto ad una parola italiana ("parents" vorrà dire "parenti", no?), e invece no, significano altro.


Anche tra i nostri comportamenti, pensavo stamattina, ci sono i false friends. Quei comportamenti che a un occhio disattento fanno trarre conclusioni facili, ma affrettate.

Le sonore risate, ad esempio, quando invece servono a coprire il rumore del dolore.

Quei tentativi che facciamo di allontanare qualcuno, quando non vorremmo altro che vederlo resistere e ritornare da noi.

L’ironia, quando parliamo di robe importanti e facciamo una fatica bestiale a dirlo, e allora pensiamo che sdrammatizzare sia la via più semplice.


Siamo creature complesse, che a volte non riescono a piangere anche se tutto dentro di loro grida per farlo.

Siamo creature di cui, se vogliamo capirci qualcosa, l’unica maniera è ascoltare attentamente, zittendo i pregiudizi, rinunciando alle certezze e alle semplificazioni, affinando tutti i sensi e dandosi il tempo necessario.

Un nostro comportamento può significare tutto e il contrario di tutto.

A volte nascondiamo emozioni e bisogni autentici in quel cassetto segreto di quel mobile dimenticato in quella stanza nascosta in una casa abbandonata dentro di noi.


Per questo la psicoterapia è fatta di domande. Non di consigli, né di certezze, tantomeno di etichette e categorie.

Beh, è fatta anche di una relazione forte, che ci faccia sentire sicuri ed equipaggiati e pronti per partire.

E poi, soprattutto, di domande.


Di domande che tradotte stanno a significare: “vediamo un po’ se a prendere quel sentiero sterrato lì sulla destra, che sembra che non porti proprio da nessuna parte, si finisce in mezzo a un cespuglio di rovi, oppure a un meraviglioso panorama di quelli che rimani senza parole e vorresti chi ami accanto a te per chiedergli con lo sguardo se vede quello che vedi tu”.

Di domande che aprono alla possibilità di trovare quel cassetto, infilarci il naso dentro, e darsi il permesso di essere quel che davvero si è.